I pensieri oziosi di un ozioso ( i marillion per me..)


  • Premessa: quanto segue è una mia modesta disamina critica, affrettata, della sontuosa discografia dei Marillion. Ha il solo scopo di farmi conoscere. Se il post è nel posto sbagliato, me ne scuso e confido che l’amministratore lo metterà là dove deve stare. Ringrazio chi ha la voglia e la pazienza di leggermi.
    Ultima cosa: come pietra di paragone: i 9 e i 10 li riservo solo a certi (pochi) album di Genesis e Pink Floyd e pochissimi altri.
    SCRIPT FOR A JESTER’S TEAR:
    Il secondo disco che ho conosciuto. Quello dell’ innamoramento. L’incipit della title track rimanda subito a quel “can you tell me where my country lies?” che è forse l’ incipit del prog… Quanto è struggente Chelsea Monday? Anche Forgotten sons, tagliente e dal grande finale, mi riporta ai Genesis di Return of Giant Hogweed… Un album che ha ancora il buon sapore del prog ’70 e non presenta suoni eccessivamente artefatti che avrebbero caratterizzato certi lavori new prog nei 10 anni a venire…
    Voto: 8,5

    FUGAZI:
    Il problema annoso di Fugazi è che non ha il fascino di quello che lo precede e non ha la coerenza del successivo. Presi singolarmente alcuni brani spiccano rispetto a Misplaced, ma quest’ ultimo nel suo complesso, una lunga suite, lo preferisco. I momenti più alti? Incubus con un grande assolo di Rothery e Fugazi con la rabbia interpretativa di Fish. Assassing, potrà sembrare una bestemmia ma non mi ha mai conquistato, il resto un gradino sotto i brani di Script.
    Voto: 7,5

    MISPLACED CHILDHOOD:
    L’album che me li ha fatti conoscere (kayleigh, Lavender). L’album che mi ha fatto innamorare di loro come non avrei più immaginato (Heart of Lothian e Blind Curve). Un album che dice al mondo che il punk non ha assassinato il prog ma semmai solo ridimensionato. Penso che proprio grazie a MC molti appassionati hanno riscoperto una nuova (vecchia?) dimensione, parallela, carbonara, ma ancora pulsante di vita.
    Voto: 8

    CLUTCHING AT STRAWS:
    Il primo disco che ho vissuto in diretta, che ho atteso spasmodicamente. Il disco con cui speravo diventassero una superband, la mia risposta ai miei coetanei che mi sfrangevano i cosiddetti con U2 e Simple minds (con il rispetto dovuto). La storia è poi andata molto diversamente. L’ impatto con la simpatia inconsistente di Incommunicado fu di molto moderato entusiasmo. Il video mostrava un Fish decisamente appesantito… Uscito l’album l’ho letteralmente consumato, la suite iniziale HH,WWC,TTOTN è ancora tra le migliori produzioni del gruppo. La title track è un ottimo pezzo che regge al passare degli anni, cosa che non è valsa per White Russian. L’album è discreto ma è quello che pur aprendo a sonorità più radiofoniche rimane riuscito solo parzialmente.
    Voto: 7

    SEASON’S END:
    Dopo il dramma. Hogarth, chi è costui. Hooks in you, cacchio Aor anche qui, vogliono sfondare in Usa. Ma c’era bisogno? L’album è di transizione, KOST ha un bell’ inizio ma non mantiene le promesse, Easter diverrà un classici del nuovo corso ma l’ho sempre ritenuta eccessivamente zuccherosa anche nei toni cupi e al di là di un assolo stupendo. Berlin presenta un’ inedito sax, brano elaborato che, insieme a the Space, mi ricorda chi sono e da dove provengono. La title track con la sua malinconia e nonostante l’assolo simile a Sugar mice è il riflesso migliore dei nuovi Marillion. Che devono cambiare, questo è certo, ma la direzione è incerta. I brani brevi per scalare le charts sono il riflesso peggiore.
    Voto: 6,5

    HOLIDAYS IN EDEN:
    I marillion continuano e sempbra una buona notizia. Ma sono lì, al centro di un crocevia tra U2, Yes anni ’80, Rock americano, pop britannico, psichedelia ecc… Quel che è peggio è che non scelgono una direzione ma fanno un passo verso tutte… Splintering Heart con la sua atmosfera e la chitarrona d’ impatto illude. Poi gli scala classifica (mancati), le ballate pop di poco impatto, echi del passato in The party, TRP e 100 night. Che migliorano dal vivo ma siamo lontani da ogni epicità. Hogarth è bravo e si danna l’anima. Ma la nostalgia del decennio precedente è tanta…
    Voto: 6

    BRAVE:
    2.0… I marillion (ri)nascono ora. Se ne infischiano. Forse consapevoli che lo zenit del successo è già bello che passato scelgono finalmente una direzione musicale. Grazie a Dio non pedissequamente figlia del passato. C’è voglia di prog ma anche di sperimentare, di non cercare la via più facile e banale. Hogarth non è solo un cantante e musicalmente parlando ha molte più frecce in faretra di Fish… lo si vedrà più avanti. E cosa vanno a tirarti fuori? Il capolavoro. O il primo dei... Una pietra di paragone per il genere in quel decennio. Non sto a dire quali canzoni emergono sulle altre. E’ un lavoro sorprendentemente vario ma omogeneo al tempo stesso. Li davo per morti un paio d’anni prima. Troppo presto…
    Voto: 8,5

    AFRAID OF SUNLIGHT:
    Con Brave inizia un trittico a mio avviso qualitativamente di alto livello, che il gruppo per alcuni anni non raggiungerà più. AOS non è un concept, segue un album che ha riscosso consensi unanimi. Ma è un bell’album con battute d’arresto – cannibal surf babe – una ballatina radiofonica abbastanza riuscita quanto ignorata (beautiful) e ottimi pezzi come l’ orecchiabilissima title track, il rock potente di King edue perle poco considerate come la struggente Out of this world e Beyond you (che mi ricorda i Talk Talk). Gazpacho poco incisiva ha però il merito di dare il nome ad una validissima band scandinava che mosse i primi passi proprio come tribute band marillica…
    Voto: 8

    THIS STRANGE ENGINE:
    Il trittico si chiude qui. TSE presenta poca coerenza, alternando cose ottime a cose per lo meno trascurabili. Si parte col botto con man of a thousand faces, poi la lunga title track tra le migliori composizioni lunghe del gruppo. Poi un gioiellino come Estonia, un diversivo, il colpo d’ala che i Marillion ogni tanto regalano. Il resto naviga nel mare della trascurabilità, che la farà purtroppo da padrone negli anni a venire. A parte forse One fine Day.
    Voto: 7/8

    RADIATION:
    Se il suddetto trittico ha mietuto consensi è altrettanto vero che ha visto le vendite del gruppo crollare. Il gruppo riflette su come arginare il fenomeno e intanto continua a sfornare album. Quando forse un momento di pausa creativa era d’ uopo. Radiation sembra un affrettato tentativo di avvicinarsi a nuovo territori psichedelici scoperti dai Radiohead, poche idee, mal messe, senza memoria. Under the sun riporta ai maldestri tentativi dei primi anni di quel decennio quando la Emi li voleva in classifica dei singoli. Il resto oggettivamente lascia poca traccia. Anche dopo ripetuti ascolti. Three minute boy l’unica che salvo. E non è certo da top ten…
    Voto: 5,5

    .COM:
    Interior Lulu, lunga suite non epocale ma con più momenti suggestivi, è l’ unica cosa da salvare in un altro album che si poteva evitare. Il resto un manipolo di canzoni di cui faccio addirittura fatica a ricordare il titolo. I Marillion sono senza risorse e senza idee… House esce dai canoni strizzando l’ occhio ai Massive Attack
    Voto: 5

    ANORAKNOPHOBIA:
    Il drum&bass (21th century) su un album dei Marillion è la vera sorpresa di questo lavoro, anche se il resto dei brani, a partire da Between you and me e Quartz, mi ridanno una band che ricomincia a condire la propria classe con qualche idea. When I meet god, map of the world e The fruit of… non sono nulla di epocale ma nemmeno trascurabilissime… Lontani dai fasti passati ma in ripresa. (?)
    Voto: 6

    MARBLES:
    Esattamente come dieci anni prima, quando stai per perdere le speranze i Marillion ti sorprendono. Si risentono le tastiere di mark, la chitarra di Steve. Sonorità che credevo perdute. The invisible man già mi conquista nella sua complessità, brani orecchiabili ma non banali come Don’t hurt yourself o You’re gone, ballate significative e non stucchevoli come Fantastic Place e Angelina, il finale drammatico di Neverland e le atmosfere maestose di Ocean Cloud. I vari marbles sanno giusto da riempitivo ma non si scende mai troppo in basso. Hogarth non dà solo un contributo, il suo approccio compositivo sembra indirizzare il sound della band. Non ho mai deciso se questo album è al livello di Brave. Forse no, però è vero che lo ascolto più spesso… Zampata d’artista.
    Voto: 8

    SOMEWHERE ELSE:
    Come ad ogni salita corrisponde una discesa, ad ogni perla dei marillion segue la sua nemesi… SE ha per me il grosso difetto di essere totalmente monocorde le canzoni fluiscono quasi senza soluzione di continuità. Hogarth continua ad avere la bussola in mano al punto che sembra una raccolta d outtakes da marbles. Riempitivi. Tutto suona come deve suonare ma non lascia traccia. Devo fare dei titoli? Salvare qualcosa?
    Voto: 5/6

    HAPPINESS IS THE ROAD:
    Ahi! Un anno ed eccoli con un album doppio… mmmmhhh. Album irragionevolmente doppio e smodatamente prolisso. Cercasi assoli magici di Rothery disperatamente… Qualcosa di meglio rispetto a SE c’è, per fortuna. This trai is…, Thank you where…, si lasciano ascoltare, Real tears for sale è un rock potente e di pathos, Essence un esperimento riuscito, Asylum Satelllite, la title track e Planet marzipan tentativi apprezzabili anche se troppo dilatati. Se l’album si fosse limitato a questi brani sarebbe da sette pieno, ma il tutto è come sorbirsi una tazza di brodo all’ aperto in un giorno di pioggia… Tanto mestiere, solo mestiere. I marillion gigioneggiano…
    Voto: 6

    SOUNDS THAT CAN’T BE MADE:
    Stavolta la pausa c’è…4 anni. C’è l’attesa. Manca il capolavoro. Ma siamo in risalita. Gaza irrompe con la sua irruenza. Non tutto è indovinato ma si capisce che si fa sul serio. Kelly e Rothery sono dei nostri… La Hogarthiana Montreal è l’altro brano lungo, l’ andatura è turistica senza strafare ma i buoni momenti non mancano. Power e la title track non sono stelle brillanti ma in qualche modo riflettono luce e Sky above the rain, sempre Hogarth direi, ha conquistato un po’ tutti anche se io non sono esattamente tra questi. Il resto è riempitivo ma il risultato finale è abbastanza soddisfacente. Accontentandosi of course…
    Voto: 7

    F.E.A.R. :
    Un po’ come l’ Italia del calcio che ogni tre mondiali arriva a giocarsi la finale (almeno dal ’70) ogni 10/12 anni i Marillion spiccano il volo. Eureka. FEAR ha tutto: testi ispirati, durata giusta e senza particolari cali di tensione, tutti i bella evidenza, brani lunghi ma mai noiosi. Un sound che spacca. Finalmente. Echi floydiani in Eldorado, non guastano mai, The Leavers è una suite che ti entra nella pelle in profondità ad ogni ascolto, The new kings nel loro stile dirompente per tensione emotiva. White paper non è affatto male, Living in Fear non aggiunge me non toglie nulla ad un bellissimo album che mi ricorda che questi non più giovanissimi signori quando hanno voglia sanno essere musicisti e compositori eccezionali. Il famoso tesoro meglio custodito del rock britannico.
    Voto: 8,5
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    chemako
     
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    Iscritto il: 27/02/2017, 16:38


  • chemako ha scritto:Premessa: quanto segue è una mia modesta disamina critica, affrettata, della sontuosa discografia dei Marillion. Ha il solo scopo di farmi conoscere. Se il post è nel posto sbagliato, me ne scuso e confido che l’amministratore lo metterà là dove deve stare. Ringrazio chi ha la voglia e la pazienza di leggermi.
    Ultima cosa: come pietra di paragone: i 9 e i 10 li riservo solo a certi (pochi) album di Genesis e Pink Floyd e pochissimi altri.
    SCRIPT FOR A JESTER’S TEAR:
    Il secondo disco che ho conosciuto. Quello dell’ innamoramento. L’incipit della title track rimanda subito a quel “can you tell me where my country lies?” che è forse l’ incipit del prog… Quanto è struggente Chelsea Monday? Anche Forgotten sons, tagliente e dal grande finale, mi riporta ai Genesis di Return of Giant Hogweed… Un album che ha ancora il buon sapore del prog ’70 e non presenta suoni eccessivamente artefatti che avrebbero caratterizzato certi lavori new prog nei 10 anni a venire…
    Voto: 8,5

    FUGAZI:
    Il problema annoso di Fugazi è che non ha il fascino di quello che lo precede e non ha la coerenza del successivo. Presi singolarmente alcuni brani spiccano rispetto a Misplaced, ma quest’ ultimo nel suo complesso, una lunga suite, lo preferisco. I momenti più alti? Incubus con un grande assolo di Rothery e Fugazi con la rabbia interpretativa di Fish. Assassing, potrà sembrare una bestemmia ma non mi ha mai conquistato, il resto un gradino sotto i brani di Script.
    Voto: 7,5

    MISPLACED CHILDHOOD:
    L’album che me li ha fatti conoscere (kayleigh, Lavender). L’album che mi ha fatto innamorare di loro come non avrei più immaginato (Heart of Lothian e Blind Curve). Un album che dice al mondo che il punk non ha assassinato il prog ma semmai solo ridimensionato. Penso che proprio grazie a MC molti appassionati hanno riscoperto una nuova (vecchia?) dimensione, parallela, carbonara, ma ancora pulsante di vita.
    Voto: 8

    CLUTCHING AT STRAWS:
    Il primo disco che ho vissuto in diretta, che ho atteso spasmodicamente. Il disco con cui speravo diventassero una superband, la mia risposta ai miei coetanei che mi sfrangevano i cosiddetti con U2 e Simple minds (con il rispetto dovuto). La storia è poi andata molto diversamente. L’ impatto con la simpatia inconsistente di Incommunicado fu di molto moderato entusiasmo. Il video mostrava un Fish decisamente appesantito… Uscito l’album l’ho letteralmente consumato, la suite iniziale HH,WWC,TTOTN è ancora tra le migliori produzioni del gruppo. La title track è un ottimo pezzo che regge al passare degli anni, cosa che non è valsa per White Russian. L’album è discreto ma è quello che pur aprendo a sonorità più radiofoniche rimane riuscito solo parzialmente.
    Voto: 7

    SEASON’S END:
    Dopo il dramma. Hogarth, chi è costui. Hooks in you, cacchio Aor anche qui, vogliono sfondare in Usa. Ma c’era bisogno? L’album è di transizione, KOST ha un bell’ inizio ma non mantiene le promesse, Easter diverrà un classici del nuovo corso ma l’ho sempre ritenuta eccessivamente zuccherosa anche nei toni cupi e al di là di un assolo stupendo. Berlin presenta un’ inedito sax, brano elaborato che, insieme a the Space, mi ricorda chi sono e da dove provengono. La title track con la sua malinconia e nonostante l’assolo simile a Sugar mice è il riflesso migliore dei nuovi Marillion. Che devono cambiare, questo è certo, ma la direzione è incerta. I brani brevi per scalare le charts sono il riflesso peggiore.
    Voto: 6,5

    HOLIDAYS IN EDEN:
    I marillion continuano e sempbra una buona notizia. Ma sono lì, al centro di un crocevia tra U2, Yes anni ’80, Rock americano, pop britannico, psichedelia ecc… Quel che è peggio è che non scelgono una direzione ma fanno un passo verso tutte… Splintering Heart con la sua atmosfera e la chitarrona d’ impatto illude. Poi gli scala classifica (mancati), le ballate pop di poco impatto, echi del passato in The party, TRP e 100 night. Che migliorano dal vivo ma siamo lontani da ogni epicità. Hogarth è bravo e si danna l’anima. Ma la nostalgia del decennio precedente è tanta…
    Voto: 6

    BRAVE:
    2.0… I marillion (ri)nascono ora. Se ne infischiano. Forse consapevoli che lo zenit del successo è già bello che passato scelgono finalmente una direzione musicale. Grazie a Dio non pedissequamente figlia del passato. C’è voglia di prog ma anche di sperimentare, di non cercare la via più facile e banale. Hogarth non è solo un cantante e musicalmente parlando ha molte più frecce in faretra di Fish… lo si vedrà più avanti. E cosa vanno a tirarti fuori? Il capolavoro. O il primo dei... Una pietra di paragone per il genere in quel decennio. Non sto a dire quali canzoni emergono sulle altre. E’ un lavoro sorprendentemente vario ma omogeneo al tempo stesso. Li davo per morti un paio d’anni prima. Troppo presto…
    Voto: 8,5

    AFRAID OF SUNLIGHT:
    Con Brave inizia un trittico a mio avviso qualitativamente di alto livello, che il gruppo per alcuni anni non raggiungerà più. AOS non è un concept, segue un album che ha riscosso consensi unanimi. Ma è un bell’album con battute d’arresto – cannibal surf babe – una ballatina radiofonica abbastanza riuscita quanto ignorata (beautiful) e ottimi pezzi come l’ orecchiabilissima title track, il rock potente di King edue perle poco considerate come la struggente Out of this world e Beyond you (che mi ricorda i Talk Talk). Gazpacho poco incisiva ha però il merito di dare il nome ad una validissima band scandinava che mosse i primi passi proprio come tribute band marillica…
    Voto: 8

    THIS STRANGE ENGINE:
    Il trittico si chiude qui. TSE presenta poca coerenza, alternando cose ottime a cose per lo meno trascurabili. Si parte col botto con man of a thousand faces, poi la lunga title track tra le migliori composizioni lunghe del gruppo. Poi un gioiellino come Estonia, un diversivo, il colpo d’ala che i Marillion ogni tanto regalano. Il resto naviga nel mare della trascurabilità, che la farà purtroppo da padrone negli anni a venire. A parte forse One fine Day.
    Voto: 7/8

    RADIATION:
    Se il suddetto trittico ha mietuto consensi è altrettanto vero che ha visto le vendite del gruppo crollare. Il gruppo riflette su come arginare il fenomeno e intanto continua a sfornare album. Quando forse un momento di pausa creativa era d’ uopo. Radiation sembra un affrettato tentativo di avvicinarsi a nuovo territori psichedelici scoperti dai Radiohead, poche idee, mal messe, senza memoria. Under the sun riporta ai maldestri tentativi dei primi anni di quel decennio quando la Emi li voleva in classifica dei singoli. Il resto oggettivamente lascia poca traccia. Anche dopo ripetuti ascolti. Three minute boy l’unica che salvo. E non è certo da top ten…
    Voto: 5,5

    .COM:
    Interior Lulu, lunga suite non epocale ma con più momenti suggestivi, è l’ unica cosa da salvare in un altro album che si poteva evitare. Il resto un manipolo di canzoni di cui faccio addirittura fatica a ricordare il titolo. I Marillion sono senza risorse e senza idee… House esce dai canoni strizzando l’ occhio ai Massive Attack
    Voto: 5

    ANORAKNOPHOBIA:
    Il drum&bass (21th century) su un album dei Marillion è la vera sorpresa di questo lavoro, anche se il resto dei brani, a partire da Between you and me e Quartz, mi ridanno una band che ricomincia a condire la propria classe con qualche idea. When I meet god, map of the world e The fruit of… non sono nulla di epocale ma nemmeno trascurabilissime… Lontani dai fasti passati ma in ripresa. (?)
    Voto: 6

    MARBLES:
    Esattamente come dieci anni prima, quando stai per perdere le speranze i Marillion ti sorprendono. Si risentono le tastiere di mark, la chitarra di Steve. Sonorità che credevo perdute. The invisible man già mi conquista nella sua complessità, brani orecchiabili ma non banali come Don’t hurt yourself o You’re gone, ballate significative e non stucchevoli come Fantastic Place e Angelina, il finale drammatico di Neverland e le atmosfere maestose di Ocean Cloud. I vari marbles sanno giusto da riempitivo ma non si scende mai troppo in basso. Hogarth non dà solo un contributo, il suo approccio compositivo sembra indirizzare il sound della band. Non ho mai deciso se questo album è al livello di Brave. Forse no, però è vero che lo ascolto più spesso… Zampata d’artista.
    Voto: 8

    SOMEWHERE ELSE:
    Come ad ogni salita corrisponde una discesa, ad ogni perla dei marillion segue la sua nemesi… SE ha per me il grosso difetto di essere totalmente monocorde le canzoni fluiscono quasi senza soluzione di continuità. Hogarth continua ad avere la bussola in mano al punto che sembra una raccolta d outtakes da marbles. Riempitivi. Tutto suona come deve suonare ma non lascia traccia. Devo fare dei titoli? Salvare qualcosa?
    Voto: 5/6

    HAPPINESS IS THE ROAD:
    Ahi! Un anno ed eccoli con un album doppio… mmmmhhh. Album irragionevolmente doppio e smodatamente prolisso. Cercasi assoli magici di Rothery disperatamente… Qualcosa di meglio rispetto a SE c’è, per fortuna. This trai is…, Thank you where…, si lasciano ascoltare, Real tears for sale è un rock potente e di pathos, Essence un esperimento riuscito, Asylum Satelllite, la title track e Planet marzipan tentativi apprezzabili anche se troppo dilatati. Se l’album si fosse limitato a questi brani sarebbe da sette pieno, ma il tutto è come sorbirsi una tazza di brodo all’ aperto in un giorno di pioggia… Tanto mestiere, solo mestiere. I marillion gigioneggiano…
    Voto: 6

    SOUNDS THAT CAN’T BE MADE:
    Stavolta la pausa c’è…4 anni. C’è l’attesa. Manca il capolavoro. Ma siamo in risalita. Gaza irrompe con la sua irruenza. Non tutto è indovinato ma si capisce che si fa sul serio. Kelly e Rothery sono dei nostri… La Hogarthiana Montreal è l’altro brano lungo, l’ andatura è turistica senza strafare ma i buoni momenti non mancano. Power e la title track non sono stelle brillanti ma in qualche modo riflettono luce e Sky above the rain, sempre Hogarth direi, ha conquistato un po’ tutti anche se io non sono esattamente tra questi. Il resto è riempitivo ma il risultato finale è abbastanza soddisfacente. Accontentandosi of course…
    Voto: 7

    F.E.A.R. :
    Un po’ come l’ Italia del calcio che ogni tre mondiali arriva a giocarsi la finale (almeno dal ’70) ogni 10/12 anni i Marillion spiccano il volo. Eureka. FEAR ha tutto: testi ispirati, durata giusta e senza particolari cali di tensione, tutti i bella evidenza, brani lunghi ma mai noiosi. Un sound che spacca. Finalmente. Echi floydiani in Eldorado, non guastano mai, The Leavers è una suite che ti entra nella pelle in profondità ad ogni ascolto, The new kings nel loro stile dirompente per tensione emotiva. White paper non è affatto male, Living in Fear non aggiunge me non toglie nulla ad un bellissimo album che mi ricorda che questi non più giovanissimi signori quando hanno voglia sanno essere musicisti e compositori eccezionali. Il famoso tesoro meglio custodito del rock britannico.
    Voto: 8,5

    Ciao Chemako, grazie, mi ha fatto molto piacere leggerti. Ottima analisi, davvero, non condivido proprio tutto, ma ci sta, ognuno ha i propri gusti, sopratutto sulla carriera dei Marillion, che è un argomento davvero sconfinato. Il confronto, tuttavia è una cosa interessante che può farti conoscere punti di vista differenti dal tuo e farti cambiare delle opinioni che mai avresti pensato di cambiare.
    Ci si vede a Milano (?)
    Un abbraccio

    Junior
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    MAtteRILLION
     
    Messaggi: 428
    Iscritto il: 04/10/2016, 10:55
    Località: Pinerolo, (To)


  • Grazie Chemako,

    è sempre piacevole leggere le opinioni altrui.

    Benvenuto nel forum: se vuoi presentarti parlando un po' anche di te c'è la sessione dedicata.

    A presto
    alberto68
     
    Messaggi: 161
    Iscritto il: 01/03/2014, 11:18


  • Analisi interessante; per quanto mi riguarda qualche voto un pò basso su alcuni album ( Fugazi, AOS, Anorak e anche altri ) , ma come si dice i gusti sono gusti ..

    Ciao
    Avatar utente
    Paolo_Paz
     
    Messaggi: 148
    Iscritto il: 27/02/2014, 14:16


  • Pur essendo in forte, fortissimo disaccordo con te in moltissimi giudizi (tranne forse in quello su HITR: anche io lo trovo di brodo lunghissimo, a tratti gustosissimo ma spesso ascoltandolo mi chiedo dove sia finita la gallina!) sono strafelice che finalmente ogni tanto qualcuno qui dentro scriva...scriva molto....scriva di loro e di ciò che di loro pensa. Viva Dio ogni tanto sto forum si desta.
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    ivy
     
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    Iscritto il: 27/02/2014, 22:31


  • Dissento su molte cose, ma meno male: è il bello della musica.( Ad esempio sono uno dei dieci fans marillici a cui Brave non piace e adoro Radiation) Però su alcuni ''fondamentali'' no e questo è altrettanto imporante.
    Ottima disanima, comunque !
    : Prosit :
    Well do you remember a time when you thought you belonged to something more than you? A country that cared for you, a national anthem you could sing without feeling used or ashamed You, poor sods, have only yourselves to blame.
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    grendel
     
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    Iscritto il: 27/02/2014, 18:29


  • Ciao Chemako, è stato un piacere leggerti.
    Condivido l'opinione di Ivy che è sempre bello vedere persone che hanno voglia di scrivere e trasferire le proprie opinioni e commenti nel forum.
    E' vero gli album dei Marillion creano sempre impressioni differenti. Io devo dire che mi distacco molto dalle tue votazioni ma ognuno ha le proprie sensazioni.
    Noooooo Ivy......come HITR è un brodo lungo????? Ahhhhh un colpo al cuore!!!!
    Chemako volevo approfondire il discorso dei 9 e 10 Genesis. Premesso che per me vari album dei Marillion sono da 9 secco, è vero che alcuni album sono delle gemme della storia della musica (non The Lamb..che ho sempre trovato esageratanente idolatrato-Foxtrot e Selling se lo mangiano in un boccone) ma se valuti l'intera discografia dei Genesis e quella dei Marillion secondo me i nostri vincono alla grande!!!
    hollowman
     
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    Iscritto il: 17/05/2016, 19:48


  • hollowman ha scritto:Noooooo Ivy......come HITR è un brodo lungo????? Ahhhhh un colpo al cuore!!!!


    HITR e .com non mi han mai preso come gli altri...non vuol dire che non mi piacciono, che non li ho ascoltati bene e abbastanza (anzi, in genere se una cosa non mi "entra" la ascolto fino alla nausea per poi mollarla e vedere se "mi manca" :lol: ) ma probabilmente proprio non riescono a catturarmi l'anima pertanto, son quelli che girano meno sul mio lettore cd e se lo fanno solo brani scelti ora...non li ritengo a livello dia ltri lavori sia musicalmente che come liriche...
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    ivy
     
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    Iscritto il: 27/02/2014, 22:31


  • ...pensa che invece quando comincio ad ascoltare HITR CD 1 (Essence tanto per capirci), non riesco più a toglierlo e devo ascoltarlo per intero.
    Una cosa che mi succede solo con Brave (a proposito a Brave dò voto 10 e lode cosa che lo pone al primo postio assoluto della discografia mondiale di tutti i tempi), ma ovviamente questo non significa che paragonerò mai Essence a Brave.
    Significa solo che per me è permeato di un'atmosfera assolutamente magica, unica e ipnotica e sfoggia alcuni dei momenti Kellyani più alti della sua carriera, per scelta di suoni, gusto e attenzione al dettaglio.
    Da quell'inizio "ecclesiastico" che parte da un organo di chiesa del futuro, che sfocia in una sequenza di note al pianoforte che nascono dalle campane del villaggio che Mark ascoltava e che lui ha tradotto in note al piano, fino ad arrivare al potente coro finale di Happiness is the Road, Essence è un'altalena di emozioni.
    Un disco DIVERSO da tutti i dischi marillici.
    Lo adoro.

    E non vedo l'ora di poterlo vivere live almeno a un MWE.
    Ma credo non accadrà mai...
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    davethespace
     
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    Iscritto il: 26/02/2014, 23:49


  • davethespace ha scritto:
    E non vedo l'ora di poterlo vivere live almeno a un MWE.
    Ma credo non accadrà mai...


    Non sarei troppo certo di questa cosa....
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